di Fabio Bernardi
Aldilà della suggestione che il titolo può dare, rievocando le lotte del passato, oggi non si tratta di sfidare il sistema frontalmente per tentare di ribaltarlo, almeno non è il nostro obiettivo. Tuttavia sarebbe importante pensare che essendo il capitalismo un fenomeno storico, anch’esso volgerà prima o poi al termine.
C’è chi dice che la crisi iniziata nel 2008 sia l’inizio della fine e che non se ne esce troppo facilmente.
Fine o non fine, per le nuove generazioni le cose stanno cambiando e non in meglio; il posto fisso diviene sempre più un’utopia, la pensione manco a parlarne, la precarietà dilaga, per non parlare dell’emergenza ecologica e del senso etico. Allora cosa fare? È davvero impossibile modificare qualcosa? Dobbiamo rassegnarci e cercare di stare a galla tra le onde degli eventi e sperare bene?
Beh da un certo punto di vista, sì: se pensiamo di sovvertire il sistema ci sbagliamo di grosso, non avendo né un’alternativa valida, né le forze; ma se provassimo ad organizzare la nostra vita razionalizzando risorse ed investimenti, dando fiducia allo spirito di solidarietà, allora forse potremmo cambiare le nostre sorti e essere leggermente più autonomi. Organizzarsi in primis per noi stessi, creando una comunità (virtuale o regionale, non c’è bisogno di vivere per forza insieme come si faceva e si fa nelle comuni), e poi cercando di pesare nell’economia globale. Ma cosa bisognerebbe fare?
Innanzi tutto, iniziare a guardarsi intorno e vedere che cosa succede in numerose realtà che devono adeguarsi e sopravvivere alla crisi. Come si sa la necessità aguzza l’ingegno, e allora bisogna iniziare a guardare positivamente l’ esperienza degli SCEC: esperimento nato a Napoli poi esteso in tutta Italia, consente di attivare un circuito di solidarietà che oltre a incentivare il risparmio economico di tutti gli aderenti all’ esperimento (oramai consolidato e facilissimo), combatte la grande distribuzione e riannoda i fili della piccola distribuzione improntati anche sul rapporto umano.
In sintesi, ecco in cosa consiste l’ esperimento:
«I Buoni locali SCEC non sono una moneta complementare. Si tratta di buoni per ottenere una riduzione di prezzo che gli associati decidono di farsi reciprocamente attraverso un atto volontario, da cui ci si può svincolare in qualsiasi momento. La percentuale di accettazione del buono di Solidarietà viene lasciata alla libera scelta dell’associato che offre prodotti o servizi; un’accettazione che va solitamente dal 10 al 30%.
Pur essendo mutuato dalla pratica della GDO lo SCEC, la Solidarietà ChE Cammina, viene messo a disposizione della comunità e usato esclusivamente insieme agli euro ed ha la particolarità di ancorare al territorio la ricchezza e farla reinvestire nel circuito. Questo evita il drenaggio di ricchezza operato da multinazionali favorendo le produzioni locali.
Arcipelago lavora anche alla ricostruzione delle comunità sociali attraverso la Solidarietà reciproca ed il mutuo aiuto riscoprendo i valori delle nostre radici contadine»1. Questo fenomeno è diffuso in tutta Italia e anche nel nostro territorio, Crotone ne è piena.
Per ulteriori informazioni:
www.arcipelagoscec.org
Altri esperimenti, che oramai sono pratiche ben consolidate, sono i cosiddetti GAS o GAP.
I Gruppi di Acquisto Solidale o Popolare tendono ad abbattere i costi dei prodotti (specialmente agricoli) in quanto la filiera si riduce dal produttore al consumatore:
«I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) sono gruppi di acquisto che partono da un approccio critico al consumo e che vogliono applicare il principio di equità e solidarietà ai propri acquisti. I criteri che guidano la scelta dei fornitori (pur differenti da gruppo a gruppo) in genere sono all’insegna della qualità del prodotto, del basso impatto ambientale totale (prodotti locali, alimenti da agricoltura od equivalenti, imballaggi a rendere).
I principi di equità e solidarietà si estendono:
- ai membri del GAS;
- ai produttori e loro lavoratori;
- ai popoli del Sud del mondo;
- al rispetto dell’ambiente.
Nel vasto panorama dei GAS si trovano associazioni riconosciute, associazioni non riconosciute (fra cui numerosi sono i gruppi informali), cooperative del settore (Botteghe del mondo) che trovano in questa forma un modo intelligente per acquistare quei prodotti che servono ai soci, possono essere organizzate territorialmente nei distretti di economia solidale»2. Quindi oltre alla solidarietà, c’è anche il fattore risparmio.
Per info:
www.retegas.org www.retegap.org
E ancora, un’altra possibilità a noi nota è la decrescita, della quale ci siamo già occupati in passato. Riciclare, riutilizzare, autoprodurre, scambiare: sono tutti fattori che incentivano la decrescita del p.i.l. .Questa oltre a creare condizioni di risparmio, dà la possibilità di farci ritenere soddisfatti di noi stessi, in quanto una volta in grado di produrre da noi i nostri beni, la nostra autostima cresce e cresce la nostra autonomia ed indipendenza. Inoltre viene meno il senso di alienazione perché il bene da noi stessi prodotto, non ci viene sottratto da altri (ogni tanto rispolverare Marx non fa male a nessuno).
Info:
www.decrescita.it
Questi sono solo alcuni esempi di organizzazione che, se applicati insieme, possono dare un concreto contributo economico, etico, sociale alla nostra vita quotidiana. In questi esperimenti non deve essere vista una volontà anti-capitalista volta all’abbattimento del sistema, piuttosto dobbiamo vederci una forza tesa al ridimensionamento del capitalismo stesso, affinché questo ritorni a produrre la quantità di beni e servizi che sono realmente necessari ai nostri bisogni.
Per attuare queste forme di organizzazioni, c’è bisogno soprattutto di sconfiggere la pigrizia che il capitalismo stesso ci ha inculcato: in quanto dalla comodità erogata da un prodotto o un servizio, siamo passati all’immobilismo sia esso fisico o psichico.
Un immobilismo sclerotizzato che oramai ci rende passivi anche nella difesa dei diritti più elementari quali il lavoro o l’acqua.
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Note
1,2: fonte Wikipedia
Tags: costituzione, crisi, decrescita, scec