Se dovessimo rispondere alla domanda “che cosa caratterizza socialmente e culturalmente il marchesato crotonese nel 2012?”, cosa risponderemmo?
Un tempo, fino a qualche decennio fa, pote vamo tranquillamente affermare che la vocazione principale era l’agricoltura. Si parla di vocazione e non di attività, non a caso. La vocazione sembra rimandare ad una caratteristica che trascende l’aspetto prettamente lavorativo e sfocia in quello culturale. L’attività lavorativa caratterizzava fortemente la formazione culturale delle comunità; ciò, in un certo senso, valeva in passato più di oggi e valeva soprattutto per i paesini come ad esempio Roccabernarda, Petilia, Cotronei.
Oggi, possiamo affermare che la società si è totalmente trasformata… ma in che cosa? Che cosa siamo diventati? Se prima era semplice potere affermare di vivere in una cultura cristiano-contadina che possedeva le sue regole, i suoi tempi, i suoi modi di vivere, oggi cosa siamo? Possiamo dire di esserci trasformati in una società industriale o post-industriale? Siamo ancora a grande vocazione agricola? È difficile rispondere. Quello che salta in mente, non è affatto una risposta scontata. In quanti, infatti, sarebbero pronti ad affermare che da noi il capitalismo nelle sue forme più quotidiane si sia affermato? E in quanti sono disposti ad affermare che le nostre tradizioni sono vive e da queste traiamo una specifica identità?
Quello che salta invece di più agli occhi è che non abbiamo più una identità certa, soprattutto non abbiamo più una cultura di riferimento che sia in grado di dare stabilità ed armonia. E con armonia si intende un’armonia conviviale tra compaesani ma anche un’armonia architettonica, una cultura del costruire i nostri quartieri, un’armonica cultura del lavoro, un’armonia tra paesi vicini.
Quello che siamo diventati è un ibrido tra il peggio della tradizione cattolico-contadina ed il peggio della cultura capitalistico-mediatica.
Quanto i mass-media e i media di nuova generazione hanno prodotto in termini di costruzione dell’immaginario collettivo rispetto al nostro territorio? Quante distorsioni? Ma anche quante possibilità “positive”?
Ciò che si vuole dire è che non è tanto il progresso in sé ad essere nocivo, piuttosto è la nostra incapacità, come comunità, di possedere una chiara capacità interpretativa rispetto a cosa eravamo, a cosa siamo e soprattutto a cosa vogliamo essere.
Che cosa c’entrano determinate mode portate avanti dagli adolescenti o post-adolescenti con il tessuto in cui viviamo? Che cosa c’entra uno stile di vita alimentare alla americana (con frigoriferi enormi e assortiti di alimenti non originari dei nostri territori) rispetto alla nostra tradizione culinaria? E la pluridecennale cementificazione abusiva cosa centra con l’architettura che caratterizza i borghi del crotonese? Basta osservare i nuovi quartieri sorti dagli anni ’70 in poi per capire che: 1) non c’è stata alcuna armonia costruttiva ed architettonica, ognuno ha costruito non pensando affatto ad un’idea di architettura sociale, funzionale, cioè, a spazi e strutture fruibili in comune; 2) non c’è stato alcun minimo comune denominatore che facesse intuire che ci fosse una idea progettuale di comunità attorno alla nascita dei nuovi quartieri (l’unico minimo comune denominatore sono i pilastri e i mattoni lasciati in bellavista alla faccia di ogni minimo gusto estetico).
Parlavamo di tradizione culinaria e dialetto: in fondo sono le due caratteristiche principali che ancora ci permettono di riannodare un filo culturale tra ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Il fatto però è che entrambe le caratteristiche soffrono di un continuo colonialismo che le depaupera. La cucina in sé avrebbe più potenzialità rispetto al dialetto se venisse coltivata ed innovata. Innovata per l’appunto, proprio per sottolineare che qui non si tratta di una teoria “fossile” della nostra cultura. Si tratta di potere riuscire a dare un seguito, un filo-logico che rifiuti un colonialismo yankee che non ci appartiene o che ci deve oramai appartenere ma in parte. Certo, oramai il capitalismo e le sue logiche sono entrati nelle nostre vite, ma quanto contrasto c’è con il sistema che esisteva prima della sua venuta? Ed è possibile che non si riesca a vedere, mantenere ed evolvere anche il nostro vecchio caro sistema contadino? Non si tratta di ritornare ad essere contadini, si tratta di rivitalizzare una concettualizzazione della nostra vita, della nostra comunità, del nostro territorio che deve fare da contrappeso agli squilibri del capitalismo. In altre parole, per rispondere al peggio della nostra tradizione (si pensi all’individualismo o alla cultura mafiosa) unito al peggio del capitalismo (si pensi alla crisi finanziaria, allo spreco o alle assurdità di opere inutili imposte a discapito di quelle utili, alla distruzione dei beni comuni per favorire il profitto privato, ecc) c’è bisogno di riattivare quel pensiero contadino (che mira al risparmio, che punta al rispetto naturale in quanto concepisce l’uomo come figlio della natura e non la sfida, ecc..ecc) unito alla grande potenzialità scientifica della quale l’uomo nella sua storia si è dotato. Quindi non si tratta di essere nostalgici, si tratta di rievocare una positiva radice culturale e di annodarla alle grandi conquiste che l’uomo sapiens, o faber, o l’uomo politico (a voi la scelta) ha saputo costruire nel corso della storia.
Nessuno nega il progresso, è bene ripeterlo. Ma è importante capire cosa c’entra l’asfalto nel centro storico che ricopre le oramai irrecuperabili strade in pietra che esistevano fino a qualche decennio fa. Bisogna capire quale impatto hanno dovuto gestire le culture contadine, artigianali e commerciali all’arrivo dei prodotti industriali in serie*.
Bisogna capire il perché dell’impoverimento vertiginoso del nostro dialetto: perdiamo costantemente vocaboli, espressioni, modi di pensare, ma non è la scomparsa di questi fenomeni a preoccupare, piuttosto è l’incapacità di crearne di nuovi; non si riesce a far evolvere il dialetto, questo sembra essere destinato alla storia, al passato. E ciò si ripercuote nella nostra capacità di comunicazione: troppe volte, per nostra pigrizia, non usiamo verbi e parole adeguate a favore di più generiche parole come “fare” e “cose” che dicono tutto e niente….
Tuttavia siamo ancora in tempo (si è sempre in tempo) per ricostruire una nuova identità che, però, tenga presente ciò che le nostre comunità sono state nel passato. La soluzione sta nel proporre e produrre costanti momenti di discussione e conseguenti attività pragmatiche. Come sostiene il presidente dell’arci provinciale di Crotone Filippo Sestito, sta ritornando il momento storico in tutto ridiviene politica. Ebbene bisogna farsi trovare pronti a questo appuntamento.
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*: si pensi agli orti dei nostri territori, si pensi all’uso ed al riutilizzo di oggetti destinati ad altri scopi che poi sono diventati strumenti per la zootecnia (bottiglie, vasche da bagno, sacchetti di plastica, recipienti di plastica e latta); fino a quando il contadino ha saputo ingegnosamente assimilare l’oggetto oramai divenuto rifiuto tutto è andato per il meglio, ma quando questa mole irrefrenabile di merce-rifiuto ha iniziato a non essere più assorbita dalle pratiche contadine, ci si è trovati di fronte ad un’inadeguatezza di fondo per cui orti e giardini molto spesso all’occhio sono divenuti depositi di oggetti-rifiuto per non dire “munnizzari”. Qui non si sta parlando del problema globale dei rifiuti, che certo ha una sua correlazione con questo discorso, qui si sta parlando di come una cultura contadina che ha sempre mirato al risparmio, al riutilizzo, al riciclo, ad un tratto si sia trovata ad affrontare una mole di materiali ed oggetti della quale da un lato ne percepiva l’utilità, dall’altro non ne capiva il fatto che questa mole di oggetti era ed è destinata a crescere di numero costantemente. Quindi la cultura dei contadini ha creato la tendenza all’accumulo in quanto si depositava negli oggetti conservati un potenziale utilizzo, una unicità. Ed è proprio il concetto di unicità che è risultato errato: il contadino non ha calcolato la rapida riproduzione in serie dello stesso oggetto e non ha adeguato quindi il suo concetto di utilizzo delle cose. degli oggetti ecc al nuovo e capitalistico modello industriale.
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Ricostruire il nostro territorio è davvero complicato, certamente è necessario sconfiggere le profonde distorsioni socio-economiche provocate da capitalismo e ‘ndrangheta a braccetto.
“VOLVER”,ritornare,rivenire appunto.Molte esperienze ma anche molti mestieri stanno tornando,ovviamente con altrettante cose che ci sfuggono sotto il naso,vedi appunto il dialetto.Cerchiamo di ragionarci ora per non farsi trovare impreparati domani
Vedo un piccola luce nel modo di pensare in questi ultimi tempi nella nostra società… è quello di pensare di far parte di una rete. Non solo Rete intesa come quella di internet ( che ben rappresenta comunque il concetto) , rete intesa una maglia in cui ogni punto trae le proprie risorse dai punti più vicini ad esso. Le risorse potrebbero essere energetiche, alimentari, culturali, politiche ( Fotovoltaico, GAS, Internet, politica fatta da piccoli gruppi). E’ in tale contesto che i punti vicini si valorizzano l’uno con l’altro… ma è solo un timido inizio per adesso.