La democrazia partecipativa: una scelta fondamentale per il futuro

Pubblicato il 20 aprile 2007 da   ·   Nessun commento

di Salvatore Luchettamani su mani

Siamo nell’era della globalizzazione. E’ questa la frase che ormai ci sentiamo ripetere da tempo, da politici, economisti e giornali. Una globalizzazione per pochi aggiungerei.
Per quanto riguarda il mondo economico, si avverte sempre più la sensazione che a dettare le regole del mercato siano solo le grandi compagnie multinazionali, che eliminano la concorrenza e creano monopoli in ogni settore della vita; le risposte della politica sono ancora ferme al welfare-state un sistema che purtroppo ha dimostrato di non essere capace di rispettare le aspettative del nuovo cittadino del mondo.

A questo punto bisognerebbe chiedersi se alla parola globalizzazione sia stato dato il significato più conveniente da quelle stesse persone che ne traggono i maggiori vantaggi. “Al cittadino del mondo” la politica e l’economia avevano promesso progresso, ma soprattutto benessere, oggi se qualcuno volesse tirare le somme si accorgerebbe tristemente che la ricchezza mondiale passa attraverso il 20% della popolazione.

Diciamoci la verità, la globalizzazione nel vero significato del termine, avrebbe dovuto esprimere la capacità per uomini e donne siano essi arabi, occidentali o asiatici di avere le stesse possibilità per vivere nel modo da loro ritenuto più adatto; avrebbe dovuto significare innanzitutto la globalizzazione di quei diritti di cui la democrazia occidentale tanto si vanta ma che nel momento della verità si sono rivelati un fuoco di paglia, non tanto per i contenuti ma per la strumentalizzazione che ne è stata fatta da parte della politica e tramite essa dall’economia. L’uomo occidentale ma soprattutto l’europeo, aveva vissuto sulla propria pelle le catastrofi delle peggiori guerre, ma aveva saputo, attraverso le sue rivoluzioni culturali e politiche, risollevarsi. Oggi stiamo assistendo alla fine di quel sistema che credevamo l’unico possibile: la democrazia rappresentativa.

Abbiamo indicato al mondo intero la via per l’indipendenza, ora che il mondo ha deciso di compiere quel cammino siamo noi stessi ad impedirlo, con il vecchio sistema: la guerra che oggi per placare l’animo dell’occidentale pacifista si chiama operazione di peace-keeping. La politica ha perso la sua vocazione originaria: agire per il benessere comune.
E’ evidente che la democrazia rappresentativa non riesce più a coinvolgere il suo popolo, a sensibilizzarlo sui temi più cari. La crisi della democrazia è strettamente connessa a quella dei partiti che non riescono più a conciliare le loro azioni con l’etica, provocando il conseguente allontanamento del loro elettorato di base. Non è più all’occidente che si deve guardare se si vuole scoprire la formula politica più adatta all’era della globalizzazione, ma è l’America latina che da qualche tempo ha intrapreso la strada della democrazia partecipativa.

Dall’esperienza di Porto Alegre si è sviluppato un movimento capace di scardinare quel sistema politico-economico così potente da poter gestire la sorte di interi popoli. Così in questi paesi in cui la politica ascolta sempre più le istanze popolari, stiamo assistendo alla nazionalizzazione del petrolio da sempre nelle mani degli Stati Uniti, alla lotta nel Chapas per l’indipendenza del popolo indio, da tutti questi popoli la nostra politica ha molto da imparare innanzitutto il saper ascoltare e rispettare la sovranità popolare.

In molti ritengono che la democrazia diretta o partecipativa sia un’utopia o almeno una forma politica da poter applicare a piccole comunità. A mio avviso, in occidente, non esiste la volontà di intraprendere una strada simile. I partiti dovrebbero aprirsi ai movimenti che in numero sempre maggiore fanno pressione sulla classe politica, a testimonianza del malessere presente nella società, ciò creerebbe pericolo per alcuni uomini politici, vecchi ed incapaci di mettersi in discussione.
La partecipazione attiva è il nuovo obiettivo che la politica si deve porre. In Italia alcune comunità hanno intrapreso l’esperienza della democrazia diretta con l’entusiasmo di tutti i cittadini. Penso ora alla Calabria ed ai nostri piccoli paesi dell’entroterra crotonese, qui la politica non ha saputo dare risposta a molte domande, si vede spesso soffrire la gente di una strana malattia la “lamentite acuta”, eppure la maggiore partecipazione che ha nel sociale è alle manifestazioni di tipo culinario, poi i consigli comunali restano vuoti.

Eppure i problemi non mancano, dal racket allo sfruttamento del lavoro, la domanda a questo punto sorge spontanea: dov’è quel coinvolgimento che i partiti dovrebbero creare nelle loro comunità? Certamente un sistema come quello della democrazia diretta potrebbe risolvere molti problemi, ad esempio il bilancio partecipativo darebbe a tutti la possibilità di esprimersi su una migliore utilizzazione del denaro, ma si potrebbero prendere anche altre decisioni attraverso delle libere assemblee alle quali le varie associazioni avrebbero il diritto di partecipare.

Tutto ciò ovviamente deve essere preceduto dal necessario abbattimento di quella politica clientelare tipica dei nostri partiti e sostituita da un impegno giornaliero e costante per la sensibilizzazione a partecipare a tutte quelle tematiche riguardanti l’amministrazione di un paese.

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