L’ibogaina LA SOSTANZA “SCACCIA DROGA”

Pubblicato il 7 giugno 2007 da   ·   Nessun commento

di Francesca Cavallo

La molecola dell'ibogaina

L’ibogaina è l’alcaloide presente nella corteccia dell’arbusto “Tabernanthe iboga”, pianta che cresce nelle zone occidentali dell’Africa equatoriale dove viene usato da secoli nei riti sacrali e divinatori all’interno di culti sincretici. Questa sostanza venne commercializzata in Francia, tra il 1939 e il 1970, come tonico e stimolante modificando l’autopercezione (questo avviene a basse dosi); ma aumentando le dosi e seguendo un trattamento specifico funge da rimedio per gli stati di tossicodipendenza… Può sembrare strano ma varie testimonianze e studi scientifici lo confermano: è l’atteso “farmaco” scaccia-droga!

Dalle testimonianze di chi si è sottoposto al trattamento uscendone “pulito”, (senza alcun bisogno di “farsi” per almeno 2 mesi), l’ibogaina provoca effetti visionari e psichedelici a livello mentale: una vera e propria immersione nelle profondità del proprio essere e dell’universo, un viaggio ai confini del tempo e dello spazio. A livello somatico (cioè organico e fisico) causa tachicardia, sudorazione, tremori, spasmi muscolari: tutto questo succede subito dopo averla assunta; dopo 4-5 ore questa fase di maggior intensità svanisce lasciando spazio a ciò che è definito come “ricomponimento biochimico del cervello”, e dopo le 20 ore il paziente ritorna pienamente cosciente.

Questa sostanza ha scatenato un certo movimento nel campo scientifico. Colui che protese in avanti la ricerca fu un ex-consumatore di stupefacenti di New York, Howard Lotsof: dopo averla provata per puro caso e uscendo senza sofferenza da anni e anni di dipendenza da ogni tipo di droga, cominciò seriamente a studiarla per offrire una soluzione concreta a tutti coloro i quali avessero voluto tornare a vivere dopo l’annientamento subìto a causa delle droghe, offrendo un’opportunità per ricominciare. Ottenne nel 1985 il brevetto come “Farmaco per interrompere la dipendenza dagli oppiacei” e nel 1986 quello per la disintossicazione dalla cocaina, dall’alcool e dalla nicotina; soddisfatto di questo successo, Lotsof cercò di raccogliere finanziamenti da organizzazioni benefiche ma non arrivò ad ottenere nulla: a nessuno importava aiutare i tossicodipendenti. Nel 1987 creò una società senza scopo di lucro, la “NDA International”, riuscendo così a scuotere il mondo scientifico; ma non ottenendo la sperimentazione clinica Lotsof , scoraggiato si trasferì a Panama dove potè avviare la terapia, chiedendo però cifre considerevoli. Almeno era soddisfatto per le persone che ne uscivano come “riprogrammate”. Nel 1991 il NIDA statunitense (Istituto Nazionale per l’abuso di droghe) prese in considerazione l’ibogaina per valutarne la sicurezza e l’efficacia all’interno di possibili protocolli di trattamento.

L'iboga, un arbusto africano, dalla quale deriva l'ibogaina

Nel 1993 la prof.ssa Mash, dell’Università di Miami al Dipartimento di Neurologia e Farmacologia Molecolare e Cellulare fu incaricata di portare avanti questa ricerca (l’unica sul territorio Statunitense); intervistata, la dott.ssa sostenne l’alta importanza della sostanza, la capacità di disintossicazione indolore nei 80%-100% dei casi e sottolineò il fatto che l’ibogaina non creava alcuna dipendenza, e per questo sarebbe potuto diventare il farmaco vincente contro i diversi stadi di tossicodipendenza. Continua la dott.ssa Mash: “L’ibogaina, bloccando l’attività della dopamina (ritenuta responsabile del meccanismo di dipendenza dalle droghe) e agendo anche sull’umore generale elimina la depressione che accompagna la crisi d’astinenza; negli Usa c’è tanta ostilità nel mondo medico-scientifico verso tale sostanza perché ritenuta non una scoperta scientifica ma come proveniente dai gruppi self-help (dagli ex tossicodipendenti) e questo basta per far vedere l’ibogaina in modo piuttosto negativo. Troppi tagli alla spesa pubblica, un’alta superficialità stanno strangolando la ricerca e non lo ritengo giusto”. Infatti il Governo federale non finanziò più il programma di ricerca e nel 1995 la prof.ssa Mash dovette abbandonare gli studi di ricerca questo per la morte sospetta di una giovane tossicodipendente olandese che durante il trattamento assunse una dose di eroina morendo per overdose, perché l’ibogaina sensibilizza il corpo agli oppiacei. Fu intervistato anche il chimico che scoprì l’Lsd: “l’ibogaina è un potente detossificante di tutto il corpo che aumenta il livello di enzimi legati al metabolismo rendendolo più attivo; il metabolismo va così a eliminare le tossine molto più velocemente scacciando la tossicodipendenza per almeno due mesi, periodo in cui il paziente viene seguito da psicologi e si impegna ad uscirne totalmente”.

Tuttora negli Usa rimane una sostanza illegale e paragonata all’eroina, alle anfetamine e all’ Lsd non essendo riconosciuta affatto per il suo alto valore terapeutico. Fuori dagli Stati Uniti l’ibogaina è legale come in Slovenia e in Olanda. Giorni fa il Ministro degli Interni Giuliano Amato ha denunciato l’uso spaventoso della droga da parte del popolo Italiano, soprattutto di cocaina, ma fino a ora non esiste alcun interesse della comunità scientifica italiana all’ibogaina e quindi non esiste alcuna pubblicazione ufficiale sull’argomento. In Italia i tagli ai finanziamenti e la penalizzazione della ricerca sono un dato di fatto; il valore del PIL (indice del grado di impegno del paese alla crescita e alla ricerca) è bassissimo (se non all’ultimo posto quando confrontato con gli altri Paesi) e ci aggiudichiamo gli ultimi posti anche per numero di ricercatori sul totale di persone attive, come numero di dottorati… vabè, ma questi sono altri discorsi. Non è una situazione certamente incoraggiante ma credo che offrire una cura a chi lo desidera, a chi chiede disperatamente aiuto, non si possa negare. Che almeno si prenda in considerazione l’esistenza dell’ibogaina!

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